Alle Olimpiadi l’Italia ha vinto 28 medaglie (8 ori, 9 argenti, 11 bronzi), piazzandosi ottava nel medagliere ed il presidente uscente del CONI Petrucci, parlando del valore del movimento sportivo nostrano, ha commentato con un illuminante “Siamo nel G8 dello sport mondiale”. Dichiarazione allarmante comunque la si veda, sia che Petrucci ritenga stupido chi gli presta orecchio, sia (anzi soprattutto) che creda davvero a ciò che dice.

Personalmente non sono particolarmente inondato di spirito decoubertiniano, quindi penso sinceramente che vincere sia importantissimo. Le medaglie non sono un dettaglio, ma a tutti gli effetti sono l’obiettivo della spedizione. Premesso questo, ci sono dei punti ovvi ma fondamentali da sottolineare per cui il medagliere non rappresenta il valore di un intero movimento. Il primo è il seguente:

– Il medagliere è ordinato per ori, non per medaglie totali.

Secondo questa logica il solo Yannick Agnel (2 ori, 1 argento e 0 bronzi) vale più dell’intero movimento olimpico canadese (18 medaglie, ma 1 solo oro). Oppure i kazaki (13 medaglie, ma 7 d’oro), sono superiori agli olandesi (20 medaglie, ma solo 6 ori), o anche la Corea del Nord (6 medaglie ma 4 d’oro) ha un movimento sportivo superiore a Spagna o Brasile (17 medaglie e solo 3 ori), o l’Ungheria è superiore a Giappone ed Australia, pur avendo vinto meno di metà delle loro medaglie.

Per un’analisi capillare bisogna ampliare il campione statistico, dal momento che quando si parla di medaglie d’oro, per quasi tutti si tratta di numeri ridotti (solo 4 nazioni hanno vinto più di 13 ori) influenzabili dai singoli. L’Italia è arrivata ottava nel medagliere, vincendo meno medaglie rispetto a Giappone ed Australia (10 e 7 in meno rispettivamente), che però sono arrivate dietro in virtù di un oro in meno. Secondo la logica di Petrucci, se Molfetta (uso un oro a caso) si fosse infortunato prima della finale, il nostro movimento nel suo complesso sarebbe sceso di due posti come valore; ma è chiaro che un intero paese non possa essere giudicato da un singolo atleta. Il merito della Spagna nel tennis non è quello di aver fatto nascere Nadal: il fenomeno può nascere ovunque, ma il grande risultato è quello di creare un ambiente fertile in cui possano crescere decine di atleti ad alto livello. Il fuoriclasse poi trova terreno in cui svilupparsi, ma al di là di questo può nascere ovunque. Federer è svizzero, Girardelli lussemburghese, Weah liberiano, Eusebio mozambicano, i fratelli Black dello Zimbabwe. Si tratta di atleti di altissimo livello in sport ultra-diffusi ma in cui i singoli paesi non hanno grandissime tradizioni. Eppure i fuoriclasse sono ugualmente venuti fuori, proprio perché il singolo campione non dipende dal movimento, ed il movimento stesso non può essere giudicato (positivamente o negativamente) dalle prestazioni di un singolo.

Eppure ritenere che il medagliere (così come è strutturato) rispecchi il valore di un intero movimento sportivo porta a queste storture ed altre ancora. Supponiamo che due cuginetti, Michele Felpi e Melissa Franchini, fossero nati in Italia prima di trasferirsi da piccoli, crescere e svilupparsi negli USA. Beh, questi due (come Ruta Meilutyte che ha vinto un oro per la Lituania – pari al 50% degli ori del paese e 20% delle medaglie totali – ma vive e si allena in Gran Bretagna) avrebbero reso grande l’Italia o qualsiasi altro paese e non di poco: Michael Phelps e Missy Franklin hanno vinto 8 ori, 2 argenti ed un bronzo fra loro, e sarebbero arrivati (da soli) al decimo posto del medagliere, davanti a Giappone, Australia, Olanda, Spagna e tante altre ancora. Ma questo avrebbe elevato la qualità dell’intero movimento sportivo o l’avrebbe mascherata artificialmente coi risultati di un paio di punte?

La logica conseguenza è quella di pensare che si potrebbero risolvere questi vizi semplicemente “riordinando” il medagliere secondo il totale anziché gli ori. Ma questo ci porta alla seconda riflessione:

– Se è vero che le medaglie sono l’obiettivo della spedizione, il compito formativo del movimento sportivo è quello di creare candidati alle medaglie. Poi se riescono ad arrivarci o meno, è responsabilità dei singoli atleti, anche perché le medaglie sono solo 3 e se un movimento riesce a generare dei concorrenti al top in una determinata disciplina, ha già “vinto”.

Questo discorso enfatizza quanto detto sopra quando si parlava di Spagna e Nadal. Avere tanti atleti di alto livello è il vero obiettivo di un movimento sportivo. Se poi una qualche mamma vuole partorire Michael Phelps o Valentina Vezzali e “donarli” allo sport, tanto di guadagnato. I fenomeni fanno medagliere, ma non fanno un movimento, tanto che se nascono nel deserto poi quando si ritirano finisce per non esserci niente dietro. Un caso di movimento in salute è quello del fioretto: per quanto immensa sia Valentina Vezzali, il suo ritiro non lascerà a piedi quella disciplina, che dietro ha tante altre atlete di alto livello, alcune delle quali sono riuscite a loro volta a diventare autentiche fuoriclasse. Al contrario in uno sport come la canoa sprint sembra che non ci sia niente dietro Josefa Idem, come è rimasto senza eredi il grande Maenza. Un modo più efficace per analizzare gli sport dunque è eventualmente quello di fare una “classifica a punti” considerando i top X di ciascuna gara, perché permette di prendere in considerazione l’insieme dei “contenders”, ossia non solo dei medagliati ma di tutti gli atleti da medaglia creati da un determinato movimento. Considerare i primi 10 è semplice, ma forse è più efficace valutare i primi 8, visto che in tantissime discipline (a partire da atletica e nuoto, le due regine olimpiche) le finali sono appunto ad 8. Ed è ciò che ha fatto Simone Valtieri (in questo PDF). Eppure anche questo metodo, per quanto molto migliore, ha degli ovvi limiti, a partire da:

– Lo sbilanciamento delle medaglie.

Ci sono paesi che fanno bottino in alcune discipline. Un intero movimento sportivo in salute dovrebbe essere diversificato. Tutti hanno serbatoi privilegiati (come la scherma o le varie discipline di tiro per l’Italia), ma alcuni paesi dipendono quasi esclusivamente da settori specifici per accumulare medaglie: ad esempio Kenya ed Etiopia nel mezzofondo dell’atletica, la Giamaica nello sprint, l’Ungheria nella canoa. Questo porta ad iniquità nel medagliere ed anche eventualmente nella classifica a punti succitata, se si ha la fortuna che un cosiddetto serbatoio porti parecchie finali. Un paese dominante nella pallanuoto può vincere al massimo due medaglie, mentre uno dominante nel nuoto o nella ginnastica artistica può issarsi ai primissimi posti del medagliere (non è un caso che fra i singoli atleti più medagliati di ogni epoca i primi posti siano tutti di ginnasti e nuotatori). Questo peraltro solleva anche un’altra obiezione:

– L’importanza delle discipline.

Ogni sport ha la sua dignità e questo è chiaro. Ma non tutti gli sport (inclusi quelli non olimpici) hanno pari diffusione e competitività. Emergere negli sport più conosciuti è più difficile perché hanno più praticanti alla base ed in genere attirano gli atleti migliori dei vari paesi, mentre per molti gli sport minori tendono ad essere un ripiego per mille motivi (soldi, fama, ecc). La Spagna ha vinto 17 medaglie, ossia 3 meno dell’Ucraina o 11 meno della Corea del Sud o lo stesso numero dell’Ungheria. Ma la Spagna negli ultimi anni ha dominato o è stata altamente competitiva in sport come calcio, tennis, basket, ciclismo e motori. E’ veramente difficile sostenere che lo sport spagnolo sia in condizioni peggiori di quello coreano (o, ahimé, anche di quello italiano). Bisognerebbe anche aprire una parentesi su come le Olimpiadi per forza di cose non mostrino il top in alcune discipline (non ci sono i motori, il calcio ha restrizioni particolari, ecc), ma al di là di questo è chiaro che essere al top nel calcio o nel sollevamento pesi non solo porti ad un quantitativo di medaglie altamente diverso, ma anche ad un peso specifico differente. Ipoteticamente per “dopare” il medagliere basterebbe convogliare i migliori atleti nelle arti marziali o nella lotta o nel sollevamento pesi, ma questo sarebbe indicativo della salute di un movimento sportivo? Decisamente no, visto che si tratterebbe di qualcosa di artificiale. C’è anche un appunto importante ma spesso trascurato:

– Il genere.

Alcuni paesi sono pesantemente sbilanciati, soprattutto verso i maschi. Un movimento sportivo in salute produce atleti maschi e femmine. A dirla proprio tutta, è presumibile che un movimento al top vinca di più con le donne che con gli uomini, proprio perché la maggior parte dei paesi in via di sviluppo avanzano prima con gli uomini (e sono occasionalmente competitivi lì) e poi con le donne. C’è anche un altro piccolo punto finale da considerare:

– I partecipanti alle diverse discipline.

Si, ho detto che vincere e creare contenders sia più importante. Resta vero e valido. Bisogna però anche dare un’occhiata (anche solo secondaria) a quanti partecipanti si portino nelle varie discipline, per capire la proiezione futura in un determinato sport. L’Italia ha portato il solo Timoncini fra Lotta Libera e Lotta Greco-Romana, niente nel Sollevamento Pesi, niente nella Boxe Femminile ed in altre discipline considerate minori da noi. Vuol dire che quegli sport sono a zero totale da noi e ci sono poche speranze anche a breve termine visto che mancano completamente le basi. Sono altri sintomi allarmanti di discipline che rimangono indietro, nascoste dietro un medagliere soddisfacente (solo superficialmente) che però è prodotto da un buon lavoro di alcune federazioni (in primis scherma e le federazioni dei vari tipi di tiro) anziché da un movimento realmente all’avanguardia come quello che spaccia il presidente del CONI.

Vi chiederete perché io non abbia quindi compilato una classifica più “indicativa” del medagliere per valutare i vari paesi includendo tutti i miei appunti. Il problema concreto è che quantificare gli ultimi adeguamenti sia estremamente soggettivo: vincere un oro ed un argento in due discipline diverse indica più versatilità rispetto a vincere quelle stesse medaglie nella stessa gara, ma quanta in più? E’ arbitrario. Quanto vale in più una distribuzione appropriata fra uomini e donne? Quanto peso dobbiamo dare di più ad un argento rispetto ad un bronzo? Ad un bronzo rispetto ad un quarto posto? Ad un quarto rispetto ad un ottavo? Quanto vale una medaglia nel calcio o nel tennis più di una nella boxe femminile? Non pretendo di avere la risposta in tasca, ma alla fine questo post è prevalentemente per indurvi a diffidare di chi guarda il medagliere e si accontenta.

Per riassumere velocemente, mentre Petrucci giudica la salute di un intero movimento sportivo citando appositamente la graduatoria di ori per tirare acqua al proprio mulino (il segretario generale del CONI Pagnozzi parla di G10, considerando almeno le medaglie totali ed è un piccolo passo in avanti), c’è in realtà molto altro da prendere in considerazione quando si fanno determinate valutazioni. Purtroppo lo sport in Italia è in regresso anche e soprattutto perché personaggi del genere invece di lavorare bene gettano fumo negli occhi. Ed i media? Dormono, con nessuno che ha il coraggio di fare le domande giuste a fronte di dichiarazioni inadeguate. Francamente non sono molto ottimista perché non riscontro né un ricambio adeguato a livello dirigenziale, né una capacità o volontà critica tesa al miglioramento e le parole di Pagnozzi sull’età media avanzata sono la massima autocritica che lo stato maggiore dello sport italiano si sia permessa (ed è allarmante, perché sembra di rivivere quanto accaduto negli sport invernali dove non c’è stato ricambio). Di analisi capillari ed approfondite se ne vedono poche, con sguardi approssimativi che si fermano spesso appunto alla posizione nel medagliere.

Petrucci peraltro non ricorda che l’Italia sia in calo nelle ultime edizioni, fatto decisamente allarmante, ma è facile superare le aspettative quando si fissa l’asticella strumentalmente in basso per fare gran bella figura. Magari per Rio ufficialmente punteremo a 5 ori e 18 medaglie totali per poi applaudirci stupiti del nostro “successo” quando arriveremo a 7 e 23, senza ricordarci delle 8 e 28 di Londra.

Ma, ehi, siamo nel G8 dello sport mondiale! Allegria!