Con la fine delle Paralimpiadi, si è chiusa Londra 2012. Ho pensato, con un po’ di ritardo, di sfruttare l’occasione per studiare il fenomeno del “boost” delle medaglie del paese ospitante.

Ogni volta che ci sono le Olimpiadi, il paese che ospita tende a fare meglio del passato (e, spesso, del futuro) sfruttando il cosiddetto “fattore campo”. Ma in cosa può consistere il fattore campo a livello olimpico? Le risposte più gettonate includono:

– L’incitamento del pubblico, che migliora le prestazioni degli atleti di casa.

– I favoritismi arbitrali.

Il primo punto è senza dubbio romantico. Teoricamente potrebbe anche essere possibile, ma per quanto mi riguarda risulta davvero poco convincente: di solito (come vedremo successivamente) il “boost” di medaglie è consistente e non può essere spiegato solo con quello, anche perché quanto può incidere il pubblico? Magari in minima parte, ma difficilmente potrebbe trasformare un inetto in fuoriclasse, quindi il materiale di primo piano deve comunque esserci. Inoltre ammesso che l’incitamento sia così “gasante” dobbiamo anche considerare l’ipotesi inversa, ossia che possa caricare alcuni atleti di eccessive pressioni ed aspettative, portandoli a deludere. Insomma, ogni volta che si toccano gli aspetti intangibili si parla solo di ipotesi, ma comunque credo che si possa concedere che anche ammesso che l’incitamento sia un fattore, questo abbia un impatto limitato sul medagliere ed inferiore al materiale di alta qualità.

Il secondo punto è quello da sempre maggiormente caldeggiato. Quando Roberto Cammarelle ha perso l’oro contro il padrone di casa Joshua, si è parlato appunto di questo. Peraltro Joshua aveva vinto con ancor meno merito in precedenza nel torneo contro il cubano Savon, e per quanto riguarda il sottoscritto il peggio è stato toccato con Tom Daley dalla piattaforma 10 m (al quale hanno concesso di ripetere un tuffo sbagliato perché “disturbato dai flash”) e con la Tweddle nelle parallele asimmetriche, premiata oltre le sue stesse aspettative più rosee dopo un esercizio molto meno che impeccabile. In ogni caso anche qui, pur ammettendo che sia un fattore, è pur sempre limitato. Quante medaglie può guadagnare un paese in questa maniera? E non dobbiamo dimenticarci che comunque Joshua, Daley, Tweddle ed altri eventualmente “aiutati” siano comunque atleti di primissimo piano. Di nuovo, anche così è relativamente impossibile “gonfiare” il medagliere se il materiale non è presente.

Quindi la conclusione più ovvia è che semplicemente aumenti il materiale in occasioni delle Olimpiadi casalinghe. Questa conclusione è logica: una volta che il paese sa di dover organizzare le Olimpiadi, investe nello sviluppo degli atleti di casa (forte degli introiti previsti dall’organizzazione). Durante le finali di BMX maschile i telecronisti hanno parlato di fondi ingenti investiti nel ciclismo dal comitato olimpico britannico, ed i risultati (sia su pista che su strada) sono stati eccezionali e sono andati molto oltre il risultato olimpico, come testimoniato, ad esempio, da Cavendish e Wiggins negli ultimi tempi.

In ogni caso per effettuare un’analisi un filo più formale abbiamo bisogno di dati, perché anche le conclusioni più logiche devono essere comunque supportate da fatti. E quindi muniamoci di questi fatti, che potranno confermare o smentire le nostre ipotesi sullo sviluppo dello sport.

Sono andato ad analizzare le Olimpiadi estive degli ultimi 20 anni per vedere cosa abbiano fatto i paesi organizzatori in termini di medaglie. Perché limitarsi agli ultimi 20 anni? Perché è quello il periodo in cui i soldi si sono moltiplicati a dismisura e soprattutto è il post-URSS, con la disgregazione di tantissimi paesi che in certi casi hanno aumentato i candidati alle medaglie, e ci permette di saltare a pié pari anche le Olimpiadi boicottate. In realtà forse anche il 1992 dovrebbe essere escluso (ha avuto 169 paesi partecipanti, solo 10 più dell’edizione coreana del 1988 e ben 28 in meno dell’edizione americana del 1996), ma vale la pena di dare un’occhiata.

Iniziamo dunque dalla Spagna e dal 1992:

La Spagna non è mai stata una potenza olimpica fino alle Olimpiadi casalinghe. Addirittura nel 1964 e 1968 ha vinto 0 medaglie. Fino al 1980 non aveva mai vinto più di 2 medaglie in una singola Olimpiade. Dagli anni ’60 al 1988 (incluso) ha vinto 18 medaglie in 5 edizioni. Poi nel 1992 a Barcellona ha fatto il pieno, con ben 22 metalli. Ma guardiamo meglio la loro progressione da allora:

1984: 5 medaglie

1988: 4

1992: 22

1996: 17

2000: 11

2004: 19

2008: 18

2012: 17

Gli spagnoli sono riusciti a sfruttare le Olimpiadi casalinghe per rivoluzionare il loro posto nello sport mondiale. Hanno investito nella generazione del 1992 ed hanno alzato la propria “sbarra”. Non hanno più vinto 22 medaglie, ma si sono stabiliti regolarmente fra 17 e 19, con la sola eccezione del 2000 (che può essere considerato un “anno no”). Diciamo che quelle 3-4 medaglie in più possono anche essere attribuite ai due fattori che abbiamo discusso in apertura, ma in generale loro hanno migliorato sia la quantità che la qualità dei propri atleti di alto livello. Questo è riflesso anche dal numero dei partecipanti a ciascuna edizione:

1984: 179 partecipanti

1988: 229

1992: 422

1996: 289

2000: 321

2004: 317

2008: 284

2012: 299

Nel 1992 hanno avuto un boom, in certi casi dovuto al fatto che tante squadre sono state qualificate automaticamente in virtù del ruolo da organizzatori (e di solito quegli extra non hanno un vero impatto sul medagliere, perché si tratta di gente che altrimenti non si sarebbe qualificata), ma successivamente si sono stabiliti attorno ai 300 partecipanti per edizione, circa il doppio del loro passato (anche del passato più lontano, qui non citato). La Spagna è un paese che ha decisamente sfruttato bene il traino delle Olimpiadi, realizzando effetti duraturi nel tempo.

Passiamo al 1996 ed agli Stati Uniti. Gli USA sono un paese che da sempre investe in tutto lo sport. Hanno il sistema collegiale più evoluto al mondo e non temono paragoni da questo punto di vista, quindi i margini di miglioramento in un’edizione casalinga sono per definizione limitati. Ed in effetti notiamo proprio questo:

1988: 94 medaglie

1992: 108

1996: 101

2000: 94

2004: 102

2008: 110

2012: 104

Ho saltato il 1984 in cui hanno vinto 174 medaglie per ovvi motivi (così come il 1980, con 0). Onestamente sembra impossibile capire quale sia l’edizione casalinga dal numero di medaglie vinte. Ma questo è piuttosto normale, perché mentre un paese come la Spagna ha potuto investire in infrastrutture, allenatori e ridefinire il concetto di preparazione sportiva, gli USA hanno potuto solo continuare nell’ottimo lavoro svolto fino a quel momento, senza considerare il fatto che quando vinci 100 medaglie circa, è anche difficile capire dove vincerne altre. Non voglio arrivare a dire che il loro sistema di preparazione degli atleti sia perfetto, ma chiaramente loro non ritengono di dover cambiare niente ed è difficile discutere coi loro risultati. Anche a livello di partecipanti è vero che ad Atlanta ne abbiano avuti 646, loro record, ma comunque sono sempre attorno a 550-600. Per questo studio ritengo che facciano poco testo.

Passiamo all’Australia per Sydney 2000, perché si manifesta un altro effetto molto interessante, ossia l’effetto “onda”. Di cosa si tratta? Beh, vediamo i dati sulle medaglie prima:

1984: 24 medaglie

1988: 14

1992: 27

1996: 41

2000: 58

2004: 49

2008: 46

2012: 35

Il 58 è un chiaro picco. Ma già in precedenza l’”onda” si era alzata. Nel 1996 (quando già sapevano che avrebbero organizzato le Olimpiadi successive e dunque avevano già evidentemente iniziato ad investire nello sviluppo) avevano già realizzato il record di medaglie di ogni epoca per l’Australia. Non c’era il fattore campo, non c’erano gli arbitri e giudici conniventi, non c’era il tifo casalingo, ma i risultati già si sono intravisti. Poi nel 2000 c’è stato il picco, quindi c’è stata una discesa graduale, con la diminuzione dell’onda stessa. Al contrario della Spagna, l’Australia non sembra essere riuscita a mantenere un determinato status. Chiariamo: è comunque migliorata rispetto alla sua storia, che vedeva un paese da una ventina di medaglie per edizione, ma il trend è negativo e comunque i risultati sono già estremamente distanti da Sydney 2000. Quello che mi preme sottolineare però è il risultato delle Olimpiadi pre e post Sydney: il boost olimpico come si può vedere non è assolutamente limitato alle Olimpiadi casalinghe, ma è prolungato nel tempo. Questo è perfettamente logico perché appunto non ci sono solo fattori intangibili e giudici amici, ma ci sono proprio più atleti di alto livello, più contenders per le medaglie e questi non spariscono nel giro di una sola edizione. Ci sono quelli che sono venuti fuori prima ed hanno chiuso con le Olimpiadi casalinghe, e ci sono quelli che sono venuti fuori con le Olimpiadi casalinghe ed hanno chiuso successivamente: questo ha portato alla sovrapposizione che ha generato il picco a Sydney, ma anche a risultati buoni ad Atlanta e successivamente all’edizione di casa. E’ peraltro logico e normale anche che l’onda abbia effetti più duraturi successivamente: l’assegnazione delle Olimpiadi avviene con un’edizione di anticipo, quindi sarebbe illogico aspettarsi gli effetti già due edizioni prima, mentre a seconda di quanto si lavori bene gli effetti possono durare più o meno tempo dopo le Olimpiadi. L’effetto come (quasi) sempre è rispecchiato anche dal numero di partecipanti:

1984: 242 partecipanti

1988: 252

1992: 279

1996: 417

2000: 617

2004: 470

2008: 432

2012: 416

Il primo grande salto è quello del 1996, quando sapevano di avere l’edizione successiva. Il trend è uguale a quello delle medaglie vinte. Abbiamo visto come sia stato per la Spagna e per l’Australia. Ma com’è andata per la Grecia?

1984: 2 medaglie

1988: 1

1992: 2

1996: 8

2000: 13

2004: 16

2008: 4

2012: 2

Beh, nel loro caso l’onda ha avuto un effetto estremamente limitato. Il picco come sempre c’è nell’edizione casalinga, ma non c’è niente dopo e la Grecia è tornata a contare poco e nulla nel panorama olimpico. Le altre Olimpiadi buone sono state quelle del 2000, quindi subito prima di quelle casalinghe. Ancora una volta si vede confermato il fatto che i buoni risultati casalinghi non arrivino dal nulla, ma debbano essere costruiti in maniera pro-attiva. La Grecia in quegli anni ha avuto atleti senza precedenti per la sua storia, specie nell’atletica leggera. Gente come Kenteris, Tsoumeleka, Thanou o Chalkia ha ottenuto risultati non solo alle Olimpiadi. Su alcuni dei medagliati si sono levate le ombre del doping, ma suppongo che pure quello possa essere un modo per “preparare” le Olimpiadi. Interessante è il risultato del 1996: una supposizione (e niente più) è che si aspettassero di ospitare quelle Olimpiadi e che in parte avessero già iniziato un certo tipo di lavoro per la produzione di atleti. Questo spiega anche perché dopo il picco del 2004 si siano disintegrati in men che non si dica. L’andamento delle medaglie è di nuovo rispecchiato anche dal numero dei partecipanti:

1984: 63

1988: 56

1992: 70

1996: 121

2000: 140

2004: 426

2008: 152

2012: 107

Per la Cina l’effetto onda è sempre presente.

1984: 32 medaglie

1988: 28

1992: 54

1996: 50

2000: 58

2004: 63

2008: 100

2012: 88

La Cina dal 1952 al 1984 non ha partecipato alle Olimpiadi estive. Dopo un paio di edizioni di assestamento si è attestata sulle 50 medaglie. Nel 2004 (già sapendo di Pechino 2008) ha ottenuto il record di medaglie, poi c’è stato il picco dell’onda ed ora un piccolo calo fisiologico. Faranno come la Spagna e sfrutteranno le Olimpiadi casalinghe per cambiare il proprio status in maniera duratura (e rimanere attorno alle 90 medaglie, come superpotenza dello sport mondiale) o scenderanno in maniera dolce e graduale come l’Australia? Ce lo potrà dire solo il tempo. L’effetto onda (che inizia già ad Atene 2004) si nota anche coi partecipanti:

1984: 216 partecipanti

1988: 273

1992: 244

1996: 295

2000: 271

2004: 384

2008: 599

2012: 386

Arriviamo quindi alla Gran Bretagna. Ho letto gente dire che i britannici non raggiungeranno più risultati come quelli ottenuti a Londra. La storia ci dice che probabilmente hanno ragione, ma ci dice anche che non dovrebbero crollare (almeno non subito) nuovamente a certi livelli bassi. Vediamo un po’ la loro progressione:

1984: 37 medaglie

1988: 24

1992: 20

1996: 15

2000: 28

2004: 30

2008: 47

2012: 65

I britannici hanno avuto un boost maggiore (in percentuale) dal 2004 al 2008, quando sapevano di Londra 2012. L’aumento di medaglie dal 2008 al 2012 è stato sostanzialmente uguale a quello dal 2004 al 2008 (+18 contro +17). A Rio mi aspetto che calino, ma attualmente pronosticherei attorno alle 55 medaglie per loro. Nel loro caso c’è la stranezza dei partecipanti, che sono rimasti relativamente costanti, a riprova del fatto che nel loro caso abbiano migliorato esclusivamente la qualità ma non la quantità:

1984: 337 partecipanti

1988: 345

1992: 371

1996: 300

2000: 310

2004: 264

2008: 304

2012: 559

E’ ancora presto per parlare dei brasiliani, ma è interessante notare che già a Londra abbiano fatto il loro record all-time di medaglie con 17, e di partecipanti, con 272. Non sono miglioramenti consistenti rispetto alle edizioni precedenti (fra 10 e 15 medaglie e fra 198 e 268 partecipanti) ma sono comunque miglioramenti e mostrano l’inizio dell’effetto onda.

Tutto questo per discutere di cosa, dunque? Semplicemente che l’effetto delle Olimpiadi casalinghe sia molto più di ospitare un’edizione ed aspettare passivamente che il medagliere si gonfi. I risultati più duraturi si ottengono con la programmazione e lavorando bene già dall’assegnazione, investendo e, se possibile, come ha fatto la Spagna, rivoluzionando la formazione degli atleti sin dalla base.

Come detto inizialmente, non ho incluso la Corea del Sud in questo studio, perché le Olimpiadi precedenti sono state “viziate” dalla Guerra Fredda, ma anche nel loro caso l’effetto onda è analogo a quello spagnolo, essendo passati da una manciata di medaglie per edizione alle 19 del 1984 e poi le 33 di Seul. Successivamente non hanno più toccato quel picco ma si sono assestati fra 27 e 31 (costanza incredibile). Le Olimpiadi possono essere un’opportunità. Ma vanno sfruttate attivamente, non attese passivamente.

Vi chiederete come mai mi sia fermato alle Olimpiadi estive. I motivi sono molteplici:

– Sono più globali. Alle Olimpiadi invernali partecipano meno paesi.

– Alle Olimpiadi invernali i soldi che girano sono molti di meno, consentendo meno discorsi di investimenti pesanti e sistematici.

– Le Olimpiadi invernali hanno subito trasformazioni enormi. Per esempio nel 1984 c’erano 39 eventi che assegnavano medaglie, mentre nel 2010 ce ne sono stati 86, quindi è difficile se non impossibile capire i veri trend dei paesi, dal momento che possono benissimo essere mascherati dalle discipline diverse che sono state aggiunte nel frattempo. Anche in quelle estive ci sono stati degli avvicendamenti, ma il numero di eventi che assegna medaglie è così consistente da non rischiare lo small sample size dell’impatto di una singola disciplina.

– Nonostante tutto, gli eventi delle Olimpiadi invernali sono relativamente pochi, quindi l’impatto di un eventuale Bjorndalen non permette di valutare un movimento nel suo insieme.

– Ci sono state Olimpiadi a soli 2 anni di distanza (1992 e 1994) ed allettati dalla prospettiva di 3 Olimpiadi in 6 anni, alcuni paesi potrebbero aver alterato il proprio sistema formativo per fare bottino in quel periodo. E’ solo un’ipotesi, ma l’asimmetria non può essere trascurata.

…eppure sono andato ugualmente a dare un’occhiata ai dati, anche se non li esporrò qui in maniera capillare come fatto per le Olimpiadi estive.

Per quel che conta, l’Italia non è riuscita a sfruttare Torino 2006: nonostante l’aumento delle discipline, ha vinto 2 medaglie meno di 4 anni prima, principalmente con atleti anziani che evidentemente hanno “tirato avanti” proprio per le Olimpiadi casalinghe. C’è stato anche Fabris, che ha vinto 3 delle 11 medaglie dell’intera spedizione. Venuti meno gli atleti anziani e la spinta casalinga, nel 2010 l’Italia ha vinto 5 medaglie, peggior risultato dal 1988, quando c’erano 46 eventi da medaglia contro 86. A tutti gli effetti l’Italia a Vancouver ha ottenuto il peggior risultato della propria storia sportiva invernale. Come detto è difficile trarre conclusioni sulle Olimpiadi invernali, ma è anche ipotizzabile che l’Italia abbia fatto proprio l’errore di cui parlavo in precedenza, ossia quello di aver aspettato passivamente le Olimpiadi casalinghe sperando che servissero a rimpolpare il medagliere senza essere pro-attivi. Le cose non sono andate bene e Torino non è servita a nulla. E sempre per quel che conta, gli altri paesi dal 1992 sembrano invece aver avuto un effetto onda di qualche tipo.

Tutti (persino gli USA a Salt Lake City). Ma non noi. Qualcuno incapace di sfruttare il fattore campo doveva pur esserci.