La cosiddetta salvezza, SV, è una statistica di invenzione relativamente recente. Il giornalista Jerome Holtzman l’ha creata nel 1960, e nel 1969 è diventata una statistica ufficiale a livello MLB. L’intento di Holtzman era senza dubbio lodevole: fornire una misura che descrivesse l’abilità dei rilievi più del saldo W/L e dell’ERA. Nel tempo si è creato il paradosso che la regola della SV abbia dettato l’utilizzo dei rilievi, nonostante sia una statistica fondamentalmente inutile. Perché inutile?

Come tutte le statistiche che hanno una definizione arbitraria e binaria (o si ottiene una salvezza o non la si ottiene), situazioni estremamente simili vengono arbitrariamente separate, mentre situazioni completamente diverse vengono raggruppate assieme. Prima di illustrare mediante l’uso di esempi, definiamo la regola. Una salvezza viene assegnata se un lanciatore chiude vittoriosamente la partita per la propria squadra, non essendo eleggibile per la W e soddisfacendo almeno una di queste 3 condizioni:

  1. Entra in partita con un vantaggio non superiore a 3 punti e non lancia meno di 1 inning.
  2. Entra in partita col punto del pareggio in base, al piatto oppure on deck.
  3. Lancia almeno 3 inning.

Questo porta ad alcuni paradossi. Wes Littleton ha ottenuto una salvezza per aver lanciato 3 inning in questa partita. Oppure c’è questo:

  • A chiude una partita lanciando 3 inning con 1 punto di vantaggio.
  • B chiude una partita lanciando 1 inning con 3 punti di vantaggio, concedendo 2 punti.
  • C chiude una partita lanciando 1 inning con 4 punti di vantaggio, non concedendo punti.

A e B otterranno entrambi la SV. C non la otterrà invece, nonostante abbia lanciato meglio di B, e soprattutto nonostante le situazioni di B e C in partenza fossero più simili rispetto a quelle di A e B. Fondamentalmente però quando si hanno statistiche arbitrarie e binarie il risultato è che situazioni simili proprio ai margini della definizione (una appena al di là, una appena al di qua) verranno giudicate diversamente, mentre verranno giudicate in maniera uguale situazioni agli estremi opposti (ma comunque all’interno della definizione stessa). Se Holtzman altrettanto arbitrariamente avesse deciso che servissero 2 punti, o 4, per ottenere la salvezza nell’ultimo inning, gli estremi della definizione sarebbero stati differenti, ma il problema sarebbe rimasto per l’arbitrarietà del concetto. Chiudere una partita lanciando 3 inning con 1 punto di vantaggio è uguale a chiudere una partita lanciando 1 inning con 3 punti di vantaggio secondo le SV, ma è facile capire che l’impatto di un rilievo su queste due partite sia molto diverso.

Le Blown Saves (BS) vengono attribuite quando un lanciatore entra in campo con la propria squadra in vantaggio ed in situazione di salvezza, e permette agli avversari di raggiungerla mentre è sul monte. Questo crea un paradosso del genere:

  • A entra nel nono, avanti di 4 punti, e fa pareggiare gli avversari.
  • B entra nel nono con 0 out, le basi cariche ed avanti di uno. Concede una volata di sacrificio e chiude l’inning eliminando i due battitori successivi.

In questo caso A non si vedrebbe addebitata una BS, nonostante la prestazione da incubo, perché non è una situazione di salvezza. B invece, “colpevole” di aver concesso solo una volata piuttosto lunga, si prende la BS nonostante abbia eliminato tutti e 3 i battitori affrontati. Non solo: è possibile anche bruciare una salvezza a causa di errori della difesa, perché la BS si focalizza sulle R e non sulle ER naturalmente, quindi in certi casi un lanciatore è completamente impotente.

Spesso i closer vengono giudicati in base alle loro salvezze, ma non c’è niente di più sbagliato: il numero di opportunità di salvezze (SVO) è strettamente dipendente dall’andamento delle partite prima dell’ingresso del closer. Anche il più grande closer di ogni epoca potrebbe non arrivare a fare il record di salvezze, se non ne avesse la possibilità materiale. Nel 2011 Jose Valverde ha ottenuto 49 SV, guidando l’MLB, mentre Jonathan Papelbon (per fare un nome a caso) ha avuto solo 34 opportunità: indipendentemente dalla qualità dei rispettivi lanciatori, le probabilità che Papelbon ottenesse più salvezze di Valverde in questo scenario erano nulle e per motivi del tutto indipendenti dalle loro abilità.

Un’obiezione apparentemente lecita potrebbe essere quella di guardare alla SV%, ossia la percentuale di partite che uno salva, ma anche questo sarebbe sviante, perché le BS (Blown Saves o Salvezze Bruciate) oltre a soffrire del paradosso citato sopra, dipendono anche loro da come un manager utilizzi il proprio rilievo. Per rimanere all’esempio nel 2011 Papelbon ha bruciato due salvezze nell’ottavo inning, entrando coi corridori del pari già in base, mentre Valverde non è mai entrato, neanche una singola volta, a salvare una partita nell’ottavo, ma ha sempre avuto un inning “pulito” e con le basi vuote. Naturalmente decidere come usare i propri rilievi è una prerogativa del manager, ma questo può portare ad una visione distorta del loro valore, se lo si osserva attraverso il prisma delle SV: Valverde non avrebbe mai potuto bruciare una salvezza concedendo solo un singolo (come è successo a Papelbon).

Come se non bastasse, i rilievi naturalmente cercano di non concedere mai punti, ma inevitabilmente ogni tanto lo fanno. A seconda della casualità può capitare di concederne 2 quando si hanno alternativamente 3 punti di vantaggio o 1 solo: è una cattiva prestazione in entrambi i casi, ma solo nel secondo si ha la BS e si sporca la SV%, mentre nel primo si ha la SV. Alcuni parlano di pitching to the score, ossia l’abilità di lanciare meglio col punteggio ravvicinato (sul +1 invece che sul +3 come punteggio, per intenderci), ma oltre a non essere mai stata dimostrata una cosa del genere, nessun lanciatore permetterebbe dei punti facili agli avversari, in nessuna situazione, perché non si sa mai cosa potrebbe accadere successivamente. Stesso discorso per quanto riguarda mettere gli uomini in base, perché un bloop single con mazza rotta può sempre accadere, ma solo se ci sono uomini in base diventa davvero costoso.

L’invenzione delle SV ha progressivamente rivoluzionato il ruolo del rilievo, creando degli specialisti da 3 out e via, progressivamente. In origine il miglior rilievo veniva usato quando necessario, magari anche nel sesto o settimo inning, lasciandogli la palla fino a fine partita se possibile, ma dopo l’adozione di questa regola arbitraria, col tempo i manager si sono adeguati, iper-specializzando i ruoli del bullpen. Questo ha portato alla glorificazione di pitchers che lanciano meno di un terzo degli IP della maggior parte dei partenti, ed il cui operato è legato e completamente subordinato a ciò che fanno i loro compagni nel resto della partita. Per una buona lettura su come il ruolo dei closer sia cambiato col tempo, e quanto poco possa significare la salvezza (soprattutto oggi) vi consiglio questo pezzo.

Oggi la SV non vale molto, ed i rilievi sono tenuti in ruoli fissi anche a discapito delle proprie squadre a volte. Può capitare che il setup man (in genere il secondo miglior rilievo dopo il closer) nell’ottavo inning sopra di 1 debba affrontare il 3-4-5 del lineup avversario, ossia i migliori battitori. E che il closer venga tenuto da parte per il nono inning, nonostante l’attacco abbia la possibilità di segnare nel frattempo (rendendo il closer superfluo) e nonostante i migliori battitori avversari siano lì adesso, ossia nell’ottavo, mentre nel nono siano previsti 6-7-8 del lineup. Se vi sembra impossibile considerate che Trevor Hoffman, ritiratosi a fine 2010, non abbia lanciato più di 1 IP in una singola partita dal 2004 (quando lo fece 2 volte in un’intera stagione). Lo stesso Valverde nel 2011 non ha mai ottenuto più di 3 out in una partita, ossia l’11% delle eliminazioni. Come si può ritenere fondamentale il ruolo di un lanciatore che ottiene l’11% delle eliminazioni in una partita per il resto incanalata (offensivamente e difensivamente) dai suoi compagni?

L’obiezione che viene sollevata più spesso in questo caso è che non tutte le eliminazioni siano uguali. Nel nono inning servono nervi più saldi che nell’ottavo. Eliminare il numero 8 di un lineup nel nono può essere più debilitante del numero 3 nell’ottavo. Se questa obiezione avesse una qualche validità allora sarebbe un discorso diverso, ma considerate questo: prima dell’invenzione di questa statistica arbitraria, il ruolo dei rilievi era diverso, ed è poi cambiato gradualmente. Com’è che prima gli out del nono non fossero considerati automaticamente più difficili dell’ottavo? Ma per sottolineare ulteriormente questo concetto, prendiamo Mariano Rivera, inequivocabilmente il più grande closer di ogni epoca, e considerate questo fatto (ad agosto 2011): da quando lui è closer, gli Yankees hanno vinto il 97.2% delle partite in cui guidano entrando nel nono inning. Un numero esorbitante, che include le partite che ha fatto pareggiare ma che poi hanno vinto successivamente. Questo è importante perché anche bruciare una salvezza è comunque diverso dal mettere la propria squadra in svantaggio, naturalmente. In questi 14 anni, gli Yankees hanno perso meno di 3 partite ogni 100 entrando in vantaggio nel nono inning. Impressionante.

O forse no. Dal 1951 al 1964, quando le SV non erano una statistica ufficiale ed i rilievi venivano usati diversamente, gli Yankees hanno vinto il 97.3% delle partite in cui guidavano entrando nel nono inning. Con una valutazione retroattiva, se le SV fossero state usate, ben 55 lanciatori ne avrebbero ottenuta almeno una in quel periodo. Non c’era un closer designato per i 3 out conclusivi, ma si usavano tanti lanciatori diversi, a seconda delle necessità e dell’adeguatezza al momento. I 3 out finali non erano mitizzati come ottenibili solo da qualche uomo con particolari qualità mentali, e nonostante ciò in quel periodo gli Yankees hanno ottenuto fondamentalmente gli stessi risultati (o un capello migliori) che con Mariano Rivera a lanciare il nono inning. La narrativa della mente del closer mitologico è stata creata ad hoc una volta che il ruolo si è adattato alla definizione arbitraria della SV. Niente regola arbitraria, niente narrativa particolare. Pensate ad esempio a Ryan Madson, che nel 2011 era il miglior rilievo a disposizione dei Phillies: i suoi stessi coach ritenevano che non avesse la “mentalità da closer”, tanto che indisponibile Brad Lidge hanno preferito impiegare il veterano Jose Contreras nel ruolo. Dopo 3 settimane Contreras si è fatto male e sono stati costretti ad usare Madson, che li ha ripagati con un’annata coi fiocchi, dimostrando che ciò che regni sia la qualità e che gli out siano sempre out.

Come se non bastasse valutare i rilievi dalle SV finirà inevitabilmente per ignorare tutti quegli ottimi lanciatori che per qualche motivo non vengono designati come closer. Per ovviare a questo problema sono state inventate le Hold (HLD o H a volte), che vengono accreditate ai rilievi che entrano in situazione di salvezza e vengono tolti con la loro squadra ancora in vantaggio. In caso di vantaggio bruciato verrà comunque addebitata la BS, col risultato di vedere rilievi con 0 SV e diverse BS, soltanto perché non erano closer designati. La Hold viene accreditata al momento dell’uscita dal campo, quindi un rilievo può anche mettere degli uomini in base nel frattempo, e magari il rilievo successivo può farli entrare per il pareggio e per la sconfitta, ma questo non cambierà lo status della Hold, infatti un rilievo può anche contemporaneamente ottenere HLD e L (ossia la sconfitta), perché la L invece viene attribuita al lanciatore responsabile del punto decisivo subito e non a chi è sul monte in quel momento.

In definitiva la SV è una statistica viziata da una definizione arbitraria e non permette di giudicare la qualità di un rilievo, da nessun punto di vista. E’ una statistica che personalmente ignoro in toto.