In questo post non voglio ripetere come siano calcolati i sistemi difensivi in voga e su che metodologie siano basati. Questo l’ho già fatto. Piuttosto voglio discutere il fatto che quei metodi siano inevitabilmente i migliori modi per valutare la difesa dei giocatori rispetto alle osservazioni visive, e perché.

Inevitabilmente le statistiche difensive sono imperfette. Quelle che utilizzano la forza e la direzione della palla battuta naturalmente dipenderanno dalla qualità dell’input, non sempre impeccabile. Quelle che non hanno neanche quei dati nel breve termine saranno ancora meno accurate. Ma allora perché ci affidiamo a questi numeri e queste statistiche, anziché semplicemente ai nostri occhi?

Ci sono fondamentalmente due ragioni. La prima, che è anche la principale, è che un singolo paio d’occhi non può vedere tutte le giocate di tutti i difensori. Ci sono 162 partite ogni stagione, con diverse giocate da effettuare per ogni difensore all’interno di un’unica partita. In MLB la differenza fra difensori agli estremi della scala qualitativa passa per circa 20-30 giocate all’anno (circa 10-15 giocate dalla media in pratica), ossia meno di una ogni 5 partite. E questa, ripeto, è la differenza fra giocatori agli estremi. Il fatto è che se un giocatore arriva in Major League, evidentemente la sua qualità è molto buona, e se una squadra lo mette in un ruolo è perché comunque supera un livello di qualità minima che gli permetta di non umiliarsi. Nessuno metterebbe Miguel Cabrera interbase oggi, o David Ortiz esterno centro.

Premesso questo fatto, 20-30 giocate sono una differenza quasi invisibile. Se vi chiedessi a bruciapelo chi abbia battuto più valide nel 2011 (e quale sia stata la differenza) fra Melky Cabrera e Victor Martinez (Cabrera, +23), o fra Juan Pierre ed Ian Kinsler (Pierre, +20), o fra Jeff Francoeur e Curtis Granderson (Francoeur, +18), probabilmente fatichereste a dare una risposta di senso compiuto. L’attacco è molto più semplice ed intuitivo da analizzare rispetto alla difesa, ma riuscire ad osservare nell’arco di 6 mesi e 162 partite la differenza fra uno da 178 valide ed uno da 201, e riuscire anche a quantificare quella differenza con la propria mente, è un esercizio sovrumano. Anche se una persona riuscisse a guardare tutte e 162 le partite di tutti i giocatori (ossia 2430 partite) sarebbe difficile discernere e quantificare quella differenza, anche perché per lunghissimi periodi i giocatori potrebbero avere performance analoghe, dal momento se c’è una differenza di una valida (o una giocata) ogni 10 partite, questo vuole anche dire che potrebbero essere uguali per 29 e poi avere un’unica partita agli antipodi, oppure essere quasi uguali per tutte e 30 (ma subdolamente diversi in maniera quasi impalpabile). Insomma le differenze sono comunque ridotte. Questo non vuol dire intangibili, ed anzi sono importanti da calcolare, ma è disumano aspettarsi che qualcuno possa farlo coi propri occhi, anche ammesso (ed ovviamente non concesso, perché francamente assurdo) che riesca a vedere con sguardo analitico 2430 partite in 6 mesi.

L’altro punto importante è che le partite andrebbero viste dal vivo. In tv non è possibile vedere aspetti fondamentali, come il posizionamento o il primo passo. Quando le telecamere staccano sul difensore dopo la battuta, quest’ultimo è già (o dovrebbe essere già) in movimento per effettuare la giocata. Un istinto lievemente inferiore sulla lettura iniziale della palla può fare la differenza e trasformare la natura di una giocata. Osservare gli highlights è spettacolare, ma non bisogna assolutamente pensare che indichino necessariamente i migliori giocatori, anche se a volte è effettivamente così. Un’ottima lettura della battuta permette ad un interbase o un esterno centro di fare una giocata coi piedi ben piantati a terra, con la massima comodità, mentre una cattiva lettura può obbligarli a tuffi atletici, seguiti magari da un tiro fuori equilibrio; agli occhi dello spettatore la giocata sembra un mezzo miracolo, ma in realtà non lo era. Allo stesso modo una cattiva lettura può far cadere una palla troppo lontana dal difensore, inducendo lo spettatore a pensare che fosse imprendibile, mentre un difensore migliore ci sarebbe arrivato leggendola meglio sin dall’inizio. Solo che lo spettatore televisivo non ha modo di valutare tutti gli elementi necessari. Lo spettatore allo stadio si, se sta valutando la partita analiticamente, ma altrimenti anche lui sarà esposto agli stessi errori (perché anche lui sarà focalizzato sulla giocata al piatto, inizialmente). Chiaramente per tornare al punto precedente nessuno può vedere allo stadio 2430 partite.

Una domanda legittima è: come fanno gli scout a valutare la bravura difensiva di un giocatore? Beh, gli scout non valutano le performance, ma valutano le tools, ossia le qualità che dovrebbero tradursi in performance nel lungo termine. Ma questo non sempre accade. Ad esempio se vado a valutare un interbase, io osserverò le sue mani, il suo lavoro di piedi, il primo passo, l’atletismo, il braccio di tiro, e questo mi basterà per definirlo adeguato, sopra media, o anche eccellente, ma il “problema” è che in MLB non vadano giocatori da C2 italiana, ma solo fenomeni per definizione simili a lui. Quindi anche se mi sarà possibile identificare un giocatore di Major League, non mi sarà possibile esattamente fino a che punto queste tools si tradurranno in performance rispetto a giocatori come lui (e con tools ugualmente simili a lui), perché ci possono essere altri fattori che non gli permetteranno di utilizzarle maggiormente rispetto ad alcuni suoi colleghi. Ad alti livelli per esempio lo sviluppo del gioco si velocizza molto in ogni aspetto: la palla va più veloce, i corridori vanno più veloci, le assistenze idem, gli automatismi e via dicendo. Magari un giocatore non potrà crescere a sufficienza. Questi sono rischi inevitabili. Oppure ci saranno altre mancanze (come la lettura della palla o il semplice istinto) che non permetteranno al giocatore di esprimere tutto il suo potenziale. Ad esempio, Wily Mo Pena è uno dei giocatori con più potenza di ogni epoca, ma ha una SLG di .445 in carriera e solo una volta ha battuto 20 HR o più in stagione perché ha una disciplina al piatto orribile e non riesce a fare contatto pieno a sufficienza per esprimere la sua potenza. Il suo batting practice è qualcosa di alieno, ma questo non vuol dire che possa tradurlo in performance in partita.

Lo stesso concetto vale per la difesa: per valutare le qualità di un giocatore rispetto ai suoi pari di Major League non basta guardarlo in tv, non basta neanche guardarlo dal vivo tutti i giorni. Le statistiche hanno delle mancanze (e questo vale anche per le statistiche offensive come la stessa media battuta, che nessuno mette mai in dubbio), ma sono “oneste”. Al contrario di qualsiasi osservatore, loro “vedono” tutte le giocate di tutti i giocatori, non sono parziali verso l’atletismo o gli highlights, ma considerano solo le prestazioni vere e proprie. Sicuramente non sono perfette, sicuramente è legittimo cercare di “correggerle” con le proprie conoscenze e impressioni personali, specie quando si tratta di small sample size (le statistiche difensive, come tutte e più di tutte, hanno senso solo nel lungo o lunghissimo termine), ma non ha alcun senso pensare di saperne automaticamente di più e screditare una statistica solo perché qualche giocatore fornisce risultati poco intuitivi (com’è possibile che Tizio sia sotto media?). Non chiederei a nessuno di accettare una statistica senza porsi domande, ma chiedo solo di porsi domande prima di screditare una statistica.