I park factors sono i fattori del campo, ossia come un campo influenza le giocate offensive e difensive. Servono per distinguere effettivamente fra le varie prestazioni. Ad esempio: si può dire che tutti i giocatori con .350 OBP e .450 SLG siano offensivamente equivalenti? Naturalmente no. Avere quelle cifre giocando nei Dodgers del 1968 (campo e stagione ultrafavorevoli ai lanciatori) o nei Rockies del 2000 (Paradiso dei battitori) porta ad una valutazione estremamente diversa. Ma perché è così?

Un campo ha tanto potere sui suoi protagonisti. Può migliorare o peggiorare le prestazioni offensive (e quelle difensive e dei lanciatori, ovviamente). Ecco alcuni modi:

  • Le dimensioni. Un campo più piccolo, con un esterno più corto, tende a permettere più fuoricampo.
  • L’asimmetria. Fenway Park ha dimensioni molto particolari, ed è difficilissimo buttarla fuori al centro, dove è profondissimo. Il palo dell’esterno destro è vicinissimo, ma poi il campo si allunga ed il centro-destra è piuttosto profondo. A sinistra c’è il mostro verde, che trasforma tante flyballs (che sarebbero out in molti campi) in doppi, ma ruba anche qualche fuoricampo colpito basso e teso, che si ferma contro il muro. Il campo può anche essere asimmetrico da questo punto di vista, ed essere più favorevole ai mancini che ai destri o viceversa. Fenway è un esempio di campo che non aiuta eccessivamente nei fuoricampo (quello che regala e quello che toglie è quasi uguale), ma aiuta tantissimo a battere doppi.
  • Altezza sul livello del mare. Ad esempio il campo dei Rockies ha un esterno enorme, ma la palla viaggia di più grazie alla minore resistenza dell’aria in quota. Petco Park a San Diego è sia enorme, sia al livello del mare. In questi campi la velocità della palla può aumentare o diminuire anche il numero di singoli e doppi, perché la palla va più o meno velocemente anche sulle linee. In Colorado le palle ad effetto rompono anche un pizzico meno a causa della minore resistenza dell’aria, rendendo un pizzico più facile il compito ai battitori.
  • Umidità. Più umidità c’è nell’aria, meno viaggia la palla. Con un clima molto secco, la palla diventa più dura e l’impatto con la mazza è più duro, facendola andare più lontano. Se c’è umidità invece la palla si espande lievemente ed assorbe meglio l’impatto, viaggiando con minor velocità. In Colorado avevano questo problema e l’hanno mitigato installando una camera chiamata “Humidor”, che mantiene le palle a temperatura ed umidità prestabilite fino all’utilizzo.
  • Il taglio dell’erba. Un’erba più alta sugli interni può rallentare la palla. Alcune squadre con groundballers sul monte (che ottengono tante palle battute per terra) magari danno un po’ d’acqua in più sul terreno davanti a casa base, sempre per rallentarne il rimbalzo.
  • La superficie. I campi sintetici hanno rimbalzi più puliti, ma anche più veloci.
  • Il territorio di foul. Meno territorio di foul a disposizione significa più possibilità per i battitori (i cui pop potrebbero altrimenti essere presi al volo con più facilità). Ovviamente questo può anche aumentare strikeout e basi su ball, allungando il turno di battuta.
  • La temperatura. La palla viaggia maggiormente col caldo che col freddo. Ad Arlington fa sempre caldo e la palla viaggia meglio.
  • Il vento. Wrigley Field a seconda di come tira il vento può essere favorevole ai lanciatori o ai battitori.
  • Luci e visibilità. Alcuni campi generano ombre particolari che rendono più difficile la lettura della palla dalla mano del lanciatore. Un esempio è il Miller Park dei Brewers quando giocano partite diurne col tetto chiuso: per almeno un paio di inning a partita è difficile sia leggere la palla, sia eventualmente difendere su particolari tipi di palle battute. Questo può anche influenzare il numero di strikeout e/o di basi su ball.
  • Batter’s Eye. Si chiama batter’s eye la zona degli spalti o dello stadio direttamente dietro il punto di rilascio del lanciatore, come osservato dal punto di vista del battitore. Di solito il batter’s eye, specie durante le partite diurne, viene tenuto scuro per fare contrasto con la palla bianca e rendere leggibile la palla al battitore. Durante le partite serali, se è una zona designata per gli spettatori, possono sedersi lì. Non sempre e non in tutti gli stadi la lettura del rilascio è altrettanto facile ed anche questa visibilità può condizionare i battitori.
  • Fattori storici. Tanti anni fa la zone dello strike era più grande rispetto ad oggi, o il monte di lancio era più in alto (quello del Dodger Stadium era chiamato “Mount Dodger” tanto era alto), o la palla utilizzata era diversa e più/meno reattiva al contatto, quindi i park factors servono anche per paragonare i giocatori degli anni ’20 ad oggi, perché attraverso la storia ci sono tanti cambiamenti più o meno subdoli che vanno misurati.

Per questo è importante correggere le statistiche “crude” a nostra disposizione, tenendo conto dell’epoca, del campo di casa del giocatore, della lega di appartenenza ed altri fattori ancora. Per questo non basta guardare semplicemente l’OBP o la SLG e trarre conclusioni, ma è importante avere una comprensione del contesto in cui quelle statistiche sono maturate.

Come vengono effettuati questi calcoli? Beh, non basta semplicemente paragonare i numeri casalinghi a quelli in trasferta: in generale i giocatori tendono a giocare meglio in casa, quindi vengono effettuati paragoni incrociati fra il rendimento casalingo ed esterno dei giocatori di casa, con una normalizzazione basata sui normali split casa/trasferta, inoltre viene paragonato il rendimento di tutte le squadre in trasferta quando vanno in quel campo, normalizzando però quelle cifre rispetto alle abilità dei giocatori di casa.

E’ anche importante usare park factors pluriennali, perché una singola stagione può essere influenzata magari da un’ondata di caldo che dura un mese più o meno del normale, da vento particolare o altri fattori non perduranti. Baseball Reference ad esempio usa park factors triennali nelle sue statistiche avanzate. ESPN invece ha dei park factors annuali e calcolati in maniera piuttosto superficiale (e pertanto relativamente inesatta). Ecco quelli del 2010 per esempio. Come leggerli?

Semplicemente, una squadra da 1000 Runs (in un ambiente neutro) nel 2010 avrebbe segnato 1364 Runs giocando a Coors Field, ma solo 800 al Tropicana Field. Questo ci permette di capire che è più impressionante segnare 750 punti al Trop di 780 a Coors, per fare un esempio. Il discorso è uguale per le altre statistiche: per ogni 100 HR in ambiente neutro, a Coors se ne sarebbero battuti 150 (149.6 per l’esattezza), e così via.

I Park Factors possono cambiare di anno in anno. Anche un’aggiunta di una piccola sezione di spettatori può cambiare ad esempio le correnti d’aria all’interno di un campo, variandone l’influenza su lanciatori e battitori. Poi ci sono anche cambiamenti più chiari, tipo uno spostamento del muro degli esterni. Non dovete quindi sorprendervi se ci sono cambiamenti da un anno all’altro, ma in genere tendono a non essere eccessivamente radicali.

I Park Factors a volte sono calcolati in maniera lievemente diversa, ma le differenze tendono ad essere piuttosto marginali, una volta che vengono appropriatamente presi in considerazione. L’importante è appunto non ignorarli.