In questi giorni nel calcio italiano si parla tanto di “sciopero”. E’ una parola usata fuori luogo per motivi che spiegherò, ma il pubblico europeo ed ancora di più quello italiano non sono abituati a scioperi da parte di atleti ed in effetti stentano ad accettare che cose del genere accadano da parte di persone “privilegiate e viziate”.

Bisogna intanto appunto premettere che non si tratti di uno sciopero, ma semplicemente di un rinvio. Uno sciopero avrebbe portato alla cancellazione della giornata di calcio non disputata, coi giocatori che incrociano le braccia e non guadagnano i soldi dovuti. In realtà la giornata verrà recuperata, così come lo stipendio, ed i giocatori hanno continuato ad allenarsi ed in alcuni casi persino a giocare amichevoli (Inter-Chievo e Napoli-Palermo). La parola “sciopero” dunque è impropria, tanto più che ci sono quasi le condizioni per definire l’attuale rinvio come serrata da parte dei proprietari. Ma senza perderci fra le parole parleremo esclusivamente di rinvio, perché di questo si è trattato.

In America hanno familiarità con gli scioperi. Attualmente l’NBA è ferma per una serrata dei proprietari, così come è stata ferma l’NFL durante l’estate. In passato si è fermata ben 8 volte l’MLB. Le dispute sui contratti collettivi (collective bargaining agreement, CBA) portano spesso a queste conseguenze, quindi il pubblico oltreoceano è abituato a tutto ciò. La posizione demagogica e populista è quella di incolpare gli atleti, “accusati” di guadagnare tanto e di avere quindi delle presunte responsabilità in più e dei doveri in meno. Per qualche motivo, possedere delle abilità particolari che portano il professionista a guadagnare più delle persone comuni (ed essere meno sostituibili di un ingegnere, un impiegato, un operaio o persino un medico) dovrebbe concedere loro meno diritti. Naturalmente questa è una sciocchezza: i cittadini devono essere tutti uguali e sostenere che una persona che produce più di me, per riequilibrare in qualche modo le rispettive situazioni, debba avere meno diritti civili di me, è semplicemente da invidiosi. Anzi, da invidiosi senza criterio (perché personalmente io invidio i calciatori, ma non mi sogno di togliere loro il diritto di scioperare ad esempio). Vale la pena di ripeterlo, perché è un concetto ovvio che però sfugge a parecchia gente: solo perché un calciatore guadagna di più non vuol dire che abbia meno diritti di altri. Altrimenti iniziamo a togliere il diritto di voto ai milionari, secondo la stessa logica. Togliamo il diritto alla difesa a chi guadagna dai 500mila euro in su. Prendiamo decisioni arbitrarie per peggiorare la vita di chi è così bravo (o fortunato, in certi casi) da guadagnare di più. I calciatori, che piaccia o no, producono di più per i loro datori di lavoro e vengono retribuiti proporzionalmente. E’ il mercato che stabilisce il loro stipendio in base ai loro meriti concreti ed alla loro produzione economica per chi da’ loro quei soldi. Bene o male c’è gente che paga il biglietto per vedere Ibrahimovic. Nessuno paga il biglietto per venire a vedere me lavorare, o compra le mie magliette, o fa l’abbonamento alla tv per me.

Nonostante in questi casi siano quasi sempre gli atleti ad essere additati, i loro diritti sono assolutamente sacrosanti ed i loro stipendi non contano nulla. Le indignazioni demagogiche sono all’ordine del giorno, ma non hanno supporto logico, morale o legale dietro. Entrare nei meriti dello sciopero (eventuale) sarebbe già diverso, ma ho notato parecchie affermazioni “a prescindere dai motivi”, come se appunto i calciatori non possano scioperare in nessun caso.

Ci sarebbe anche da ricordare, qualora lo sciopero si verificasse davvero, che proprio i calciatori che guadagnano tanto avrebbero anche tanto da perdere a livello economico.

Ma il fulcro della questione per me è un altro: si tratta di dispute sui contratti di lavoro con entità come le società, che sono ancora più ricche e privilegiate degli stessi giocatori che vengono additati come viziati e privilegiati. Non si tratta dei calciatori contro la società intesa come la gente comune. Si tratta dei calciatori contro i proprietari. E’ una sfida fra ricchi e più ricchi. Parteggiare contro i calciatori (magari con posizioni demagogiche) significa mettersi dalla parte dei Berlusconi, Moratti, De Laurentiis, Zamparini ed Agnelli di turno, fra le poche persone ancora più ricche dei calciatori. E’ gente che ha possibilità che gli atleti individualmente si sognano e l’unico motivo per cui siano (eventualmente, in certi casi) in difficoltà finanziaria è a causa della loro (eventuale) incapacità gestionale. Se c’è un attore privilegiato di questa vicenda, sono proprio i proprietari.

Ma il pubblico vede i calciatori. I proprietari delle squadre sono fuori dal campo e per quanto siano conosciuti e riconoscibili, sono i calciatori a rifiutarsi di scendere in campo per i tifosi e sono i calciatori a farlo per chiedere “altri vantaggi” rispetto a quelli che già hanno. In realtà la situazione è insostenibile. Il contratto collettivo è scaduto al termine della stagione 2009/2010. Hanno già giocato per un intero anno senza quel contratto ed in America non sarebbe mai successo (a meno di un pronunciamento di un giudice in materia). Adesso va trovato un accordo prima di riprendere a giocare.

In MLB si sono fermati per tanti diversi motivi: dall’istituzione della free agency (inizialmente i giocatori erano fondamentalmente schiavi delle loro squadre e non potevano decidere per chi giocare, quanto percepire e quando e dove essere scambiati), all’arbitration, a tanti altri fattori, incluso semplicemente avere una fetta più grande della torta. Per quanto questo possa suonare come egoistico ed arraffone, bisogna ricordarsi che l’unico motivo per cui gli sport professionistici facciano girare un sacco di soldi sia per gli attori sul campo. Secondo voi quanti guardano l’Inter perché è di Moratti e quanti la guardano per i suoi calciatori di valore? E’ normale che se si creano squilibri economici, i calciatori vogliano la maggior parte degli introiti da loro stessi generati. Non è ingordigia, ma è la voglia di essere ricompensati adeguatamente per quanto da loro prodotto. Chiedere ai calciatori di guadagnare meno non implica un favore “sociale” (i biglietti non costeranno meno, l’abbonamento alla tv non scenderà di prezzo, ecc), ma implica volere che Moratti, Berlusconi e la gang citata sopra sia ancora più ricca di adesso. Ricordatevi che i soldi non finiscono in tasca al pubblico, ma sempre in tasca o dei proprietari o dei dipendenti che producono. Io scelgo sempre i dipendenti che producono, anche se si tratta dei calciatori milionari ed impomatati. Per quanto viziati, sono sempre loro a produrre soldi in questo business.

Detto anche tutto questo, lo sciopero attuale c’entra poco coi soldi ed è imperniato su quella che potremmo definire come “dignità professionale”. I calciatori vogliono sancire la fine dell’era dei fuori rosa a tempo indeterminato, quei calciatori che non possono allenarsi col gruppo. L’idea fondamentale è di eliminare un possibile strumento di mobbing professionale nei confronti dei calciatori ritenuti non più utili alla causa ed il cui contratto firmato la società non vorrebbe più onorare. Casi del genere sono rari ma non unici (Pandev, Marchini, Marchetti per citarne solo 3). Senza entrare eccessivamente nel merito (perché avrei bisogno di un intero post a parte), i calciatori fanno benissimo a rifiutarsi di giocare senza la firma del contratto collettivo e fanno benissimo a lottare per quello che loro ritengono un diritto. Solo con una protesta civile ed organizzata la forza-lavoro può ottenere che i datori concedano ciò che loro ritengono legittimo, ed i calciatori rappresentano proprio la forza-lavoro retribuita secondo le leggi di mercato, come possono essere operai o impiegati in altre situazioni. E che le posizioni demagogiche ed invidiose vadano a farsi benedire.